Salvare le banche senza riformarle non basta

La liquidità è nulla, senza controllo: così ieri, prim’ancora che fossero i mercati a dubitare dell’efficacia dei 100 miliardi di euro dell’Europa per le banche spagnole, erano stati alcuni dei principali analisti internazionali a mostrarsi scettici sulla forma di soccorso prestata a Madrid. Sostiene per esempio Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia e neokeynesiano dichiarato, che i 100 miliardi dell’Ue per gli istituti iberici sono una riedizione dei 700 miliardi di dollari del programma Tarp (Troubled Asset Relief Program) messo in campo dagli Stati Uniti per salvare le loro banche. Leggi L’euforia per l’aiuto a Madrid non dura. Oggi in Spagna, domani in Italia?
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La liquidità è nulla, senza controllo: così ieri, prim’ancora che fossero i mercati a dubitare dell’efficacia dei 100 miliardi di euro dell’Europa per le banche spagnole, erano stati alcuni dei principali analisti internazionali a mostrarsi scettici sulla forma di soccorso prestata a Madrid. Sostiene per esempio Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia e neokeynesiano dichiarato, che i 100 miliardi dell’Ue per gli istituti iberici sono una riedizione dei 700 miliardi di dollari del programma Tarp (Troubled Asset Relief Program) messo in campo dagli Stati Uniti per salvare le loro banche. La cattiva notizia, precisa però l’editorialista del New York Times, è che questa mossa non restituirà occupazione e competitività all’economia di Madrid. La seconda cattiva notizia, aggiunge in una conversazione con il Foglio Marco Onado, ordinario di Diritto ed economia dei mercati finanziari alla Bocconi, è che “il Tarp risale al 2008, mentre l’Europa per tamponare le perdite degli istituti di credito iberici ha atteso il 2012”. Infine, secondo il quotidiano finanziario statunitense Wall Street Journal (questa volta d’accordo con il londinese Financial Times), “questo bailout andrà meglio dei precedenti solo se la Spagna utilizzerà i fondi e il tempo a disposizione per un’operazione di profonda riforma e pulizia finanziaria”.
Ma rimettere in sesto i canali che fanno affluire il credito all’economia reale non era la ricetta suggerita all’Europa da Barack Obama quando chiedeva di seguire l’esempio degli Stati Uniti? Sì, ma con alcuni caveat. Prima di tutto, ovviamente, il fattore tempo: l’Amministrazione Bush approvò il Tarp nel 2008, quattro anni fa. “In Europa invece le varie gelosie nazionali hanno impedito una soluzione che fosse allo stesso tempo tempestiva e uniforme”, spiega Onado. L’economista, animatore del sito Lavoce.info e già commissario Consob dal 1993 al 1998, ricorda che l’Irlanda estese una garanzia totale sui depositi bancari “senza consultare gli altri stati membri dell’Ue”, salvo poi richiedere un salvataggio da tutti gli stati membri. Simile è l’esperienza spagnola.
“Nel luglio scorso il governo Zapatero fece capire che con la fusione delle cajas, le casse di risparmio spagnole, il problema generato dai postumi della bolla immobiliare era risolto – ricorda Onado, che ha appena pubblicato il volume “Finanza senza paracadute” (Mulino) – Poi un paio di mesi fa il governo Rajoy lasciò trapelare che una ventina di miliardi di euro sarebbero stati sufficienti per rimettere in ordine i conti. Adesso siamo di fronte a un bailout da 100 miliardi”. La situazione, insomma, resta incerta e non a caso ieri Fitch ha abbassato di due gradi i rating di Santander e Bbva, le due maggiori banche spagnole, portandoli entrambi da “A” a “BBB+”.
Non è soltanto questione di tempismo. Ora si dubita anche della volontà spagnola di ripulire i bilanci degli istituti di credito e cambiare le regole. “Il primo tassello della strategia americana di salvataggio bancario, tra immissione di liquidità, sostegno al capitale delle banche più fragili e garanzie pubbliche sulle passività, funzionò – continua Onado con il suo parallelo Ue-Usa – al punto che i profitti bancari tornarono a livelli pre-crisi”. Poi però Washington non è riuscita a far rispettare fino in fondo l’impegno che si erano assunte le istituzioni finanziarie “salvate”: rafforzamento delle regole per rendere meno probabili le crisi e garantire che eventuali fasi d’instabilità non finissero per pesare su bilanci pubblici e contribuenti. “Oggi le autorità europee dovrebbero esigere che, in cambio degli aiuti, le banche accettino una vigilanza comune europea, perché i governi nazionali non possano minimizzare le difficoltà”; poi l’Ue dovrebbe imporre da subito “le ricapitalizzazioni suggerite dall’Autorità bancaria europea (Eba)” e “il raggiungimento degli obiettivi di Basilea III previsti per il 2018”, e infine esigere “trasparenza sui bilanci”.
E’ prevedibile che le banche si oppongano, come avvenuto negli Stati Uniti. D’altronde pure lì istituti come JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs non sono ancora fuori dalla tempesta, se è vero – come rivelato ieri dal Wall Street Journal – che un loro declassamento da parte di Moody’s potrebbe arrivare a giorni. E se è vero che perfino un economista liberista della scuola di Chicago, come Luigi Zingales, ieri sul Financial Times ha recitato un pacato mea culpa e si è dichiarato a favore della reintroduzione del Glass-Steagal Act, la norma del 1933 che impose la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento e che fu cancellata nel 1999. E su questo, addirittura, Zingales oggi concorda con il keynesiano Krugman.